Fascite plantare: il protocollo riabilitativo con il carico progressivo

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La fascite plantare è il dolore sotto il tallone che si sente ai primi passi del mattino. Questo è il programma di carico progressivo che uso.

Prima di iniziare

Non iniziare e fatti valutare se: non riesci a caricare il peso sul piede o ci riesci a fatica; il dolore è comparso dopo un aumento improvviso dell’attività e non migliora affatto — va escluta una frattura da stress del calcagno, soprattutto se hai osteoporosi; hai febbre o malessere generale; hai formicolii o riduzione di sensibilità alla pianta; hai una storia oncologica o stai perdendo peso e il dolore c’è anche di notte a riposo.

Parlane con il medico prima di cominciare se hai un diabete con ridotta sensibilità ai piedi: il controllo quotidiano della pelle e la scelta dell’esercizio richiedono qualche attenzione in più.

I primi passi del mattino

Il quadro è molto caratteristico. La mattina, appoggiando il piede a terra per andare in bagno, arriva una fitta sotto il tallone. I primi dieci-quindici passi sono i peggiori. Poi il dolore si attenua, a volte scompare del tutto. Ritorna dopo essere stati in piedi a lungo, o alzandosi dopo essere rimasti seduti per un’ora.

Se ti riconosci in questa descrizione, sei probabilmente nel posto giusto. Con un’avvertenza: “dolore sotto il tallone” è un contenitore che comprende anche altre cose — una frattura da stress, un’irritazione di un nervo che passa in quella zona, un assottigliamento del cuscinetto adiposo del tallone. Se il tuo quadro non corrisponde a quello descritto, o se c’è uno dei segnali elencati sopra, la diagnosi va confermata prima.

È comunque il disturbo del piede più comune in assoluto, e colpisce sia chi corre sia chi non ha mai corso in vita sua.

Una precisazione sul nome

Si chiama fascite, ma il suffisso “-ite” indica un’infiammazione, e l’infiammazione — quando si va a guardare il tessuto — in genere non c’è. Quello che si trova è una degenerazione della fascia plantare nella sua porzione iniziale, dove si attacca al calcagno: fibre disorganizzate, ispessimento, alterazione della struttura. Un processo di sofferenza da carico, non di flogosi.

Non è una questione di lana caprina. Se il problema fosse infiammatorio, la logica sarebbe spegnere l’infiammazione e riposare. Siccome è un problema di tessuto che non tollera più il carico a cui è sottoposto, la logica è opposta: bisogna caricarlo, in modo controllato e progressivo, perché torni a tollerarlo.

Cosa dice la ricerca

Lo studio che ha cambiato l’approccio è di Rathleff e colleghi, pubblicato nel 2015. Quarantotto pazienti con diagnosi confermata all’ecografia, divisi in due gruppi: uno faceva lo stretching classico della fascia tutti i giorni, l’altro un esercizio di rinforzo ad alto carico a giorni alterni.

A tre mesi il gruppo del rinforzo stava meglio: ventinove punti di differenza sul Foot Function Index, un margine clinicamente rilevante.

A un mese, però, i due gruppi erano uguali. E a sei e dodici mesi anche.

La lettura corretta è questa: il carico progressivo ha prodotto un risultato migliore a tre mesi in un piccolo studio randomizzato. Non è dimostrato che chi fa lo stretching arrivi allo stesso punto esattamente tre mesi dopo, né che il vantaggio si mantenga: nel lungo periodo i due gruppi si equivalgono.

È comunque una differenza che vale la pena avere, su un disturbo che dura mesi. Ma è un vantaggio su un singolo momento della misurazione, non una scorciatoia dimostrata.

Cosa evitare

Non camminare scalzo su superfici dure nelle prime settimane, soprattutto la mattina. Tieni un paio di ciabatte con suola ammortizzata accanto al letto e infilale prima di appoggiare i piedi.

Non aumentare bruscamente il cammino o la corsa. Nella grande maggioranza dei casi il problema nasce da un incremento improvviso: una vacanza con molte camminate, un cambio di lavoro che comporta stare in piedi, una ripresa della corsa dopo una pausa.

Non affidarti al riposo assoluto. Fermarsi del tutto riduce il dolore finché si sta fermi, ma non rende la fascia più tollerante. Alla ripresa il problema si ripresenta identico.

Attenzione alle scarpe completamente piatte nella fase acuta — ballerine, infradito, alcune sneakers da ginnastica minimaliste. Un tacco di due-tre centimetri riduce la tensione sulla fascia.

Non insistere con l’esercizio se il dolore supera cinque su dieci o se il giorno dopo il dolore mattutino è peggiorato. In quel caso il carico era eccessivo.

Gli esercizi per la fascite plantare

Questo protocollo è più semplice degli altri, perché ruota attorno a un solo esercizio principale. La semplicità è un vantaggio: l’aderenza è alta e il paziente capisce esattamente cosa deve fare.

L’esercizio principale — Sollevamento sul tallone con dita in estensione

È l’esercizio dello studio di Rathleff, e va eseguito esattamente così.

Come si fa. In piedi su un gradino o su un libro spesso, con l’avampiede appoggiato e il tallone nel vuoto. Metti un asciugamano arrotolato sotto le dita del piede, in modo che le dita restino piegate verso l’alto: serve a mettere in tensione la fascia plantare durante il movimento, ed è così che l’esercizio è stato studiato. Fallo con l’asciugamano.

Sollevati sulla punta del piede, poi scendi lentamente sotto il livello del gradino. Tieniti a un appoggio: è un esercizio impegnativo su una gamba sola.

I tempi contano quanto il movimento. Tre secondi per salire, due secondi di tenuta in alto, tre secondi per scendere. Lentamente.

La progressione del carico. Nello studio non si aumentava di tot chili a tot settimane: si aggiungeva peso in uno zaino in modo che il numero di ripetizioni previsto fosse il massimo che riuscivi a fare con quella tecnica. Il principio è questo, e vale più di qualunque tabella.

Fase Serie e ripetizioni Carico
Iniziale 3 serie da 12 Il peso con cui 12 ripetizioni sono il tuo massimo
Poi 4 serie da 10 Aumentato, perché 10 diventino il massimo
Poi 5 serie da 8 Aumentato ancora

Nello studio queste fasi duravano indicativamente due settimane ciascuna, ma si avanza quando il carico è diventato gestibile, non quando è passata la settimana. Se dopo due settimane fai ancora fatica, resta lì.

A giorni alterni. È così che il programma è stato somministrato nello studio, ed è un intervallo ragionevole per un tessuto che si adatta lentamente.

Si comincia su due piedi se una gamba sola è troppo impegnativa, e si passa a una gamba quando riesci a completare le ripetizioni con una tecnica stabile e senza che i sintomi peggiorino nei giorni successivi.

L’esercizio di supporto — Allungamento specifico della fascia

Non sostituisce il carico progressivo, ma è utile per il dolore mattutino nelle prime settimane.

Da seduto, accavalla la gamba dolente sull’altra. Con la mano afferra le dita del piede e tirale verso di te fino a sentire tensione sotto la pianta. Con l’altra mano puoi sentire la fascia che si tende.

10 secondi di tenuta, 10 ripetizioni. Tre volte al giorno, di cui una prima di alzarsi dal letto la mattina. Quest’ultima è la più importante: fatta prima di appoggiare il piede a terra, riduce sensibilmente la fitta dei primi passi.

L’esercizio complementare — Allungamento del polpaccio

Un polpaccio rigido aumenta la tensione sulla fascia. In piedi di fronte a un muro, gamba dolente indietro, tallone a terra, ginocchio disteso. Spingi il bacino in avanti fino a sentire tensione dietro al polpaccio.

30 secondi, 3 ripetizioni. Due volte al giorno. Ripeti la stessa posizione con il ginocchio leggermente piegato, per raggiungere il muscolo più profondo.

Le scarpe, i plantari e il tutore notturno

Le scarpe. Evita quelle completamente piatte e flessibili nella fase acuta. Un tacco modesto e una suola che non si pieghi troppo facilmente riducono la tensione sulla fascia, e molti pazienti riferiscono sollievo. Non è però documentato come intervento risolutivo né come il più efficace: è un accorgimento di comfort che ti permette di stare in piedi meglio mentre il programma lavora.

I plantari. Le linee guida più recenti rilevano risultati simili tra plantari prefabbricati e su misura, e raccomandano di non usarli come trattamento isolato: possono essere associati agli altri interventi. Se vuoi provarli, comincia da quelli di serie.

Il tutore notturno. Questa è l’opzione di cui si parla meno e che vale la pena conoscere, perché riguarda esattamente il tuo sintomo. Se il dolore ai primi passi del mattino è marcato e persiste, le linee guida raccomandano un tutore da indossare la notte per uno-tre mesi: mantiene il piede in posizione neutra durante il sonno ed è pensato proprio per attenuare quella fitta. Parlane con il medico o il fisioterapista.

Come capire se stai andando bene

L’indicatore migliore è il numero di passi dolorosi al mattino. Se all’inizio erano venti e dopo tre settimane sono cinque, il protocollo sta funzionando, anche se la fitta iniziale è ancora presente.

Il secondo indicatore è quanto a lungo puoi stare in piedi prima che compaia il dolore.

Vale la regola delle 24 ore: dolore fino a quattro-cinque su dieci durante l’esercizio è accettabile; quello che conta è il mattino successivo. Se il dolore mattutino peggiora, riduci il carico.

I tempi realistici sono di tre mesi per un miglioramento sostanziale, sei-dodici per la risoluzione. È lento, e va detto: chi si aspetta di guarire in tre settimane abbandona il programma proprio quando comincerebbe a funzionare.

La tua scheda settimanale

Stampala o ricopiala. Su questo problema il numero che conta più di tutti è quello dei passi dolorosi al mattino: è il primo a muoversi e ti dice se sei sulla strada giusta settimane prima che il dolore sparisca.

Sett. Serie × rip. Carico usato Passi dolorosi al mattino Dolore durante (0-10) Minuti in piedi senza dolore Note
1 3 × 12 corpo
2 3 × 12 corpo
3 4 × 10
4 4 × 10
5 5 × 8
6 5 × 8
7 5 × 8
8 5 × 8
9 5 × 8
10 5 × 8
11 5 × 8
12 5 × 8

Come si compila. I passi dolorosi contali una volta a settimana, sempre lo stesso giorno, la mattina appena scendi dal letto. Nella colonna del carico scrivi i chili dello zaino. Se una settimana non riesci ad aumentare, non è un fallimento: scrivilo e riprova la settimana dopo con lo stesso peso.

Quando rivolgersi al medico

Dolore comparso dopo un trauma o dopo un rumore di schiocco. Formicolii o intorpidimento alla pianta del piede, che suggeriscono un coinvolgimento nervoso. Dolore che si estende oltre il tallone o che è presente anche a riposo e di notte. Gonfiore o arrossamento del tallone. Dolore in entrambi i talloni in una persona giovane, che può indicare una condizione reumatologica.

Assenza di qualsiasi miglioramento dopo tre mesi di programma ben condotto.

Avvertenza

Questo protocollo è materiale informativo di carattere generale e non sostituisce la visita medica né la valutazione individuale di un professionista sanitario. In caso di comparsa dei segnali indicati sopra, interrompi e richiedi una valutazione.

Fonti scientifiche
  1. Rathleff MS, Mølgaard CM, Fredberg U, et al. High-load strength training improves outcome in patients with plantar fasciitis: A randomized controlled trial with 12-month follow-up. Scand J Med Sci Sports. 2015;25(3):e292-e300. PubMed.
  2. Koc TA Jr, Bise CG, Neville C, Carreira D, Martin RL, McDonough CM. Heel Pain — Plantar Fasciitis: Revision 2023. Clinical Practice Guideline. J Orthop Sports Phys Ther. 2023;53(12):CPG1-CPG39. PubMed. — linea guida di riferimento attuale; raccomanda lo stretching specifico della fascia e del polpaccio, l’esercizio terapeutico, e un tutore notturno per 1-3 mesi nei pazienti con dolore al primo passo del mattino; i plantari non vanno usati isolatamente e prefabbricati e su misura danno risultati simili.
  3. Digiovanni BF, Nawoczenski DA, Malay DP, et al. Plantar fascia-specific stretching exercise improves outcomes in patients with chronic plantar fasciitis. A prospective clinical trial with two-year follow-up. J Bone Joint Surg Am. 2006;88(8):1775-1781.

Questo protocollo non sostituisce una valutazione clinica. Se il dolore dura da tempo, se non e chiaro da dove viene, o se non sai da dove cominciare, una visita serve a stabilire se questo e il percorso giusto per te.

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