Introduzione: non sempre serve una protesi totale
Quando un paziente riceve la diagnosi di artrosi al ginocchio, la prima cosa che teme è la parola “protesi”. E quando pensa a una protesi, immagina quasi sempre la sostituzione completa dell’articolazione. In realtà, nella chirurgia ortopedica moderna esiste un’alternativa meno invasiva — e spesso più indicata — per chi presenta un’usura isolata a uno solo dei compartimenti del ginocchio: la protesi monocompartimentale (o “parziale”) di ginocchio.
Questa soluzione, quando correttamente indicata, permette di risolvere il problema articolare preservando tutto ciò che è ancora sano: l’osso, la cartilagine e i legamenti degli altri compartimenti, inclusi i legamenti crociati. Il risultato è un ginocchio che si muove in modo più naturale, con un recupero più rapido e un impatto chirurgico significativamente ridotto rispetto alla protesi totale.
In questo articolo spieghiamo cos’è la protesi monocompartimentale, a chi è indicata, cosa dicono i dati più recenti sulla sua durata nel tempo, e come si è evoluta la tecnica con l’introduzione della chirurgia robotica.
Il ginocchio: un’articolazione a tre compartimenti
Il ginocchio è un’articolazione complessa formata da tre compartimenti distinti, ciascuno con le proprie superfici articolari cartilaginee:
Compartimento mediale (interno): è il più sollecitato durante il cammino e il più frequentemente colpito dall’artrosi. In condizioni di ginocchio varo (gambe “a O”), il carico si concentra in modo eccessivo su questo lato.
Compartimento laterale (esterno): meno frequentemente interessato dall’artrosi isolata rispetto al compartimento mediale. Quando il ginocchio tende al valgo (gambe “a X”), il sovraccarico si sposta qui.
Compartimento femoro-rotuleo (anteriore): comprende la superficie articolare tra la rotula e il femore. Può essere sede di artrosi isolata, spesso in associazione con condropatia rotulea o anomalie di scorrimento della rotula.
L’artrosi del ginocchio non colpisce necessariamente tutti e tre i compartimenti contemporaneamente. In molti pazienti, soprattutto nelle fasi iniziali e intermedie della malattia, la degenerazione cartilaginea rimane confinata a un singolo compartimento — tipicamente quello mediale. È in questi casi che la protesi monocompartimentale rappresenta la scelta chirurgica più appropriata.

Cos’è la protesi monocompartimentale di ginocchio?
La protesi monocompartimentale di ginocchio (in inglese Unicompartmental Knee Arthroplasty, UKA) è un intervento chirurgico che prevede la sostituzione della sola superficie articolare del compartimento colpito dall’artrosi, lasciando intatte le altre strutture del ginocchio.
L’impianto è composto da tre elementi principali: una componente femorale in lega di cobalto-cromo che riveste il condilo femorale usato, una piattaforma tibiale in lega metallica, e un inserto in polietilene ad alta densità interposto tra le due componenti, che riproduce la funzione della cartilagine articolare perduta.
Il tipo più comune è la protesi monocompartimentale mediale, che rappresenta circa l’80% di tutti gli impianti monocompartimentali eseguiti. La protesi del compartimento laterale è più rara ma tecnicamente ben codificata; la protesi femoro-rotulea isolata viene riservata a casi molto selezionati.
Protesi monocompartimentale vs protesi totale: le differenze principali
Comprendere le differenze tra le due soluzioni è fondamentale per valutare quale sia più adatta a ogni specifico paziente.
Nella protesi totale di ginocchio (TKA), vengono sostituite tutte e tre le superfici articolari — condilo femorale mediale, condilo femorale laterale e superficie tibiale — e vengono sezionati i legamenti crociati (anteriore e posteriore). L’intervento è più esteso ma indicato quando l’artrosi è avanzata e interessa più compartimenti.
Nella protesi monocompartimentale (UKA), si interviene solo sul compartimento artrosico. I legamenti crociati vengono preservati, così come la cartilagine sana degli altri compartimenti e le strutture ossee non coinvolte. Questo si traduce in un approccio chirurgico decisamente meno invasivo, con incisione più piccola, minor perdita ematica e un recupero post-operatorio significativamente più rapido.
Uno dei vantaggi più apprezzati dai pazienti è la sensazione di naturalezza del movimento: preservare i legamenti crociati significa mantenere la propriocezione e la cinematica originale dell’articolazione, con un risultato funzionale che molti pazienti descrivono come più simile al ginocchio “di prima”.

| Protesi monocompartimentale (UKA) | Protesi totale (TKA) | |
|---|---|---|
| Compartimenti sostituiti | 1 (solo quello artrosico) | 3 (tutti) |
| Legamenti crociati | Preservati | Sezionati |
| Incisione chirurgica | ~8–12 cm | ~20–25 cm |
| Perdita ematica | Minore | Maggiore |
| Recupero funzionale | 4–6 settimane | 2–3 mesi |
| Sensazione di naturalezza | Molto alta | Buona |
| Sopravvivenza a 15 anni | 81–93% | 90–95% |
| Revisione futura | Tecnicamente più semplice | Più complessa |
| Indicazione principale | Artrosi monocompartimentale | Artrosi pluricompartimentale |
I vantaggi della protesi monocompartimentale
1. Minore invasività chirurgica — Incisione ridotta, minore perdita ematica, minore trauma dei tessuti molli circostanti.
2. Recupero più rapido — I pazienti tornano a camminare senza ausili entro poche settimane e alle attività quotidiane entro 4-6 settimane.
3. Migliore sensazione di naturalezza — La preservazione dei legamenti crociati e della propriocezione articolare produce un movimento più fisiologico, che i pazienti percepiscono come più vicino al ginocchio sano.
4. Maggiore escursione articolare — I pazienti operati con protesi monocompartimentale raggiungono in media una flessione del ginocchio superiore rispetto a quelli con protesi totale, con dati dalla letteratura che documentano un vantaggio medio di circa 5-10° in favore dell’UKA.
5. Conservazione del patrimonio osseo — Viene asportato il minimo di osso necessario, preservando il patrimonio osseo per un eventuale intervento di revisione o sostituzione con protesi totale in futuro.
6. Minor rischio di complicanze perioperatorie — La minore invasività si associa a una riduzione delle complicanze ematologiche, tromboemboliche e infettive nel periodo post-operatorio.
Chi è il candidato ideale?
La corretta selezione del paziente è il fattore più importante per il successo a lungo termine della protesi monocompartimentale. I criteri classici, proposti originariamente da Kozinn e Scott e ancora largamente utilizzati, sono stati negli anni progressivamente rivisti alla luce delle nuove evidenze.
Criteri favorevoli:
- Artrosi isolata monocompartimentale — documentata clinicamente e radiologicamente, con gli altri compartimenti e le strutture legamentose intatti
- Deformità in varo o valgo correggibile — senza necessità di overcorrezione; in genere non superiore a 10-15° di varo o 12-15° di valgo
- Legamento crociato anteriore integro — condizione tradizionalmente considerata indispensabile, anche se le evidenze più recenti suggeriscono che in casi selezionati si possa procedere anche in sua assenza
- Buona escursione articolare — senza limitazioni significative della flessione
- Assenza di artrite infiammatoria sistemica — il processo artrosico deve essere di natura degenerativa, non infiammatoria (artrite reumatoide, gotta, ecc.)
Criteri un tempo considerati controindicazioni assolute, oggi rivalutati:
- Età — non esiste un limite d’età superiore o inferiore rigido; i pazienti più giovani (sotto i 60 anni) sono candidati accettabili con buoni risultati a lungo termine documentati nella letteratura recente
- BMI elevato — il sovrappeso (BMI 25-30) non è più una controindicazione; un BMI superiore a 35 rimane un fattore di rischio per la sopravvivenza dell’impianto, ma la soglia assoluta è stata ridimensionata
- Condropatia femoro-rotulea lieve — non rappresenta più una controindicazione assoluta in assenza di sintomi anteriori significativi
- Deficit del LCA — in casi altamente selezionati e con impianti fissi, alcune esperienze chirurgiche riportano risultati accettabili
La valutazione preoperatoria include sempre un esame clinico completo con test legamentosi, radiografie in carico in proiezione standard e in flessione, e spesso una RMN per valutare lo stato della cartilagine e dei menischi negli altri compartimenti.
Controindicazioni della protesi monocompartimentale
Se i criteri di selezione descrivono quando la protesi monocompartimentale è la scelta giusta, è altrettanto importante sapere quando non lo è. Alcune condizioni restano una controindicazione vera e propria, perché comprometterebbero il risultato o la durata dell’impianto; altre sono relative e vanno valutate caso per caso.
Controindicazioni assolute:
- Artrite infiammatoria — artrite reumatoide, artrite psoriasica, gotta e altre forme sistemiche coinvolgono l’intera articolazione: in questi casi è indicata la protesi totale, non la monocompartimentale
- Artrosi diffusa a più compartimenti — quando l’usura interessa anche il compartimento controlaterale, o in modo significativo quello femoro-rotuleo sintomatico, sostituire un solo compartimento non eliminerebbe il dolore
- Deformità grave e non correggibile — un varo o valgo rigido, che non si riduce passivamente, indica un danno troppo avanzato per una protesi parziale
- Rigidità articolare importante — un deficit di estensione fisso o un’escursione articolare molto ridotta rendono la monocompartimentale non idonea
Controindicazioni relative, da valutare individualmente: instabilità legamentosa marcata o insufficienza del legamento crociato anteriore con impianti mobili, obesità severa (BMI molto elevato) e ampie aree di osteonecrosi. In questi casi la scelta dipende dal quadro clinico complessivo e dall’esperienza del chirurgo.
In sintesi, la protesi monocompartimentale dà il meglio quando l’artrosi è realmente confinata a un solo compartimento: è proprio la selezione accurata del paziente — e il riconoscere queste controindicazioni — a fare la differenza tra un ottimo risultato e un intervento destinato a fallire precocemente.
Come si svolge l’intervento e il decorso post-operatorio
L’intervento viene eseguito in anestesia spinale (rachianestesia) e ha una durata media di 45-60 minuti. L’approccio chirurgico prevede un’incisione di circa 8-12 cm — significativamente inferiore rispetto ai 20-25 cm standard della protesi totale — con una minima dissezione dei tessuti molli circostanti.
Il chirurgo rimuove la cartilagine usurata e l’osso subcondrale del solo compartimento interessato e posiziona le componenti protesiche (femorale, tibiale e inserto in polietilene) con cemento ortopedico o, in casi selezionati, senza cemento (press-fit).
Nelle prime 24 ore dopo l’intervento, il paziente viene incoraggiato a caricare il peso sull’arto operato con l’ausilio di stampelle canadesi. La dimissione ospedaliera avviene generalmente entro 24-48 ore.
I tempi di recupero tipici sono:
- Settimane 1-2: deambulazione con stampelle, fisioterapia precoce per il recupero dell’escursione articolare
- Settimane 3-4: abbandono progressivo delle stampelle, ripresa delle attività quotidiane di base
- Settimane 6-8: ritorno alla vita quotidiana normale, guida dell’automobile
- 3 mesi: ripresa di attività sportive a basso impatto (nuoto, ciclismo, golf, camminate)
- 6 mesi: recupero funzionale completo

La chirurgia robotica nella protesi monocompartimentale
Negli ultimi anni, la chirurgia robotica ha trasformato in profondità la tecnica della protesi monocompartimentale. Nel mio centro utilizzo una piattaforma robotica di ultima generazione imageless — ovvero che non richiede una TAC preoperatoria — progettata specificamente per la chirurgia parziale di ginocchio. Questo tipo di sistema lavora in abbinamento diretto con l’impianto selezionato per ogni paziente, garantendo una coerenza ottimale tra pianificazione e risultato.
La tecnologia robotica consente al chirurgo di:
- Condurre una simulazione virtuale dell’intervento prima di eseguire qualsiasi taglio osseo
- Misurare in tempo reale il feedback dei tessuti molli per ottimizzare il bilanciamento legamentoso
- Eseguire le resezioni ossee con una precisione significativamente superiore alla strumentazione convenzionale
- Personalizzare il posizionamento dell’impianto sulla base dell’anatomia individuale del paziente
Le evidenze scientifiche più recenti mostrano che la chirurgia robotica assistita nella UKA (R-UKA) si associa a una maggiore accuratezza nel posizionamento delle componenti, a una riduzione dei tassi di revisione rispetto alla tecnica manuale e a migliori punteggi funzionali post-operatori (Knee Society Score). La chirurgia robotica non modifica la natura dell’impianto: le componenti protesiche utilizzate sono le stesse; cambia il sistema di guida e controllo del posizionamento, con un impatto diretto sulla riproducibilità e sulla qualità del risultato a lungo termine.
Quanto dura la protesi monocompartimentale? I dati a lungo termine
La sopravvivenza a lungo termine dell’impianto è uno degli aspetti più discussi quando si considera la protesi monocompartimentale, spesso confrontata con i risultati della protesi totale.
I dati dei grandi registri internazionali e le meta-analisi più recenti indicano:
- Sopravvivenza a 10 anni: 91-95% per le serie con migliore selezione dei pazienti
- Sopravvivenza a 15 anni: 81-93% (Oxford series: 93% a 15 anni, 90% a 20 anni)
- Tasso di revisione: 1,14 revisioni per 100 anni-componente (metanalisi 2024 su 133.690 anni-componente osservati)
I dati dei registri nazionali mostrano risultati inferiori rispetto alle serie di centri specializzati, principalmente per effetto del volume chirurgico: la curva di apprendimento della protesi monocompartimentale è più ripida rispetto alla protesi totale, e i chirurghi ad alto volume ottengono risultati significativamente migliori.
Le cause più comuni di revisione dell’impianto monocompartimentale sono: la progressione dell’artrosi agli altri compartimenti, il dolore non spiegato, la mobilizzazione asettica dei componenti, e — con minore frequenza — l’usura dell’inserto in polietilene. La revisione di una UKA verso una protesi totale è tecnicamente più semplice rispetto alla revisione di una TKA, grazie alla preservazione del patrimonio osseo.
La mia esperienza clinica
Nella mia pratica quotidiana, la protesi monocompartimentale rappresenta uno degli interventi che offre la soddisfazione clinica più alta — sia per me come chirurgo, sia per il paziente. La selezione accurata del candidato è tutto: quando l’indicazione è corretta, i risultati sono costanti e prevedibili, e la qualità di vita post-operatoria è spesso superiore a quella che si ottiene con una protesi totale eseguita in un paziente che avrebbe potuto essere trattato con un impianto parziale.
Uno degli aspetti che apprezzo di più di questo tipo di chirurgia è la conversazione che si può avere con il paziente nel periodo pre-operatorio: spiegargli che non è necessario “demolire” l’intero ginocchio per risolvere il problema è quasi sempre accolto con sollievo. E quella stessa soddisfazione si ritrova poi nel post-operatorio, quando il paziente inizia a camminare nei primi giorni dopo l’intervento e riconosce nel ginocchio qualcosa di familiare — non un’articolazione meccanica, ma ancora il suo ginocchio.
Domande frequenti (FAQ)
La protesi monocompartimentale dura di meno rispetto a quella totale?
I dati mostrano una sopravvivenza a 10-15 anni lievemente inferiore alla protesi totale nelle casistiche da registro, ma le serie di centri ad alto volume riportano risultati eccellenti. La scelta dipende dalla corretta indicazione: una protesi monocompartimentale ben indicata ottiene risultati clinici superiori rispetto a una protesi totale eseguita su un ginocchio che avrebbe potuto essere trattato parzialmente.
Se la protesi monocompartimentale non basta, si può fare la protesi totale in seguito?
Sì. La conversione da UKA a TKA è tecnicamente fattibile e viene considerata un’opzione valida nel piano di trattamento a lungo termine del paziente. La preservazione del patrimonio osseo tipica dell’UKA facilita questa eventuale revisione futura.
Sono troppo giovane per la protesi monocompartimentale?
L’età giovane non è una controindicazione. La letteratura recente documenta buoni risultati anche in pazienti under 60, con la consapevolezza che la probabilità di una revisione nel corso della vita è più elevata rispetto a un paziente che si opera a 70 anni.
Sono troppo in sovrappeso per la protesi monocompartimentale?
Il sovrappeso moderato (BMI 25-30) non è una controindicazione. Un BMI superiore a 35 aumenta il rischio di complicanze e riduce la sopravvivenza dell’impianto, ma non rappresenta una controindicazione assoluta: la valutazione va condotta caso per caso.
Posso fare sport dopo la protesi monocompartimentale?
Sì, con le giuste aspettative. Attività a basso impatto come nuoto, ciclismo, golf, camminate e bici sono generalmente ben tollerate e incoraggiate. Sport ad alto impatto (corsa, sci agonistico, tennis singolo) sono sconsigliati per preservare la durata dell’impianto.
La protesi monocompartimentale si sente “artificiale”?
È uno dei punti di forza di questa soluzione: la preservazione dei legamenti crociati e della propriocezione articolare fa sì che molti pazienti descrivano il ginocchio come più naturale rispetto a quello con protesi totale. È uno dei motivi per cui la soddisfazione soggettiva dei pazienti UKA è in media molto elevata.
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La protesi monocompartimentale si abbina naturalmente alla filosofia dell’allineamento cinematico: rispettare l’anatomia del paziente. Scopri cos’è il KA e perché rappresenta un cambio di paradigma nella protesi totale di ginocchio.
Riferimenti scientifici
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- Kayani B et al. Robotic-assisted unicompartmental knee arthroplasty improves functional outcomes, complications, and revisions: a systematic review and meta-analysis. Bone Joint Open. 2024;5(5):394–404. PMC11061807 → PubMed
- Lim JBT et al. Patient selection in unicompartmental knee arthroplasty: how to make the diagnosis for success in the clinic. J ISAKOS. 2024. doi:10.1016/j.jisako.2024.01.007 → PubMed
- Luca A et al. No difference in Oxford Knee Score between medial and lateral unicompartmental knee arthroplasty after two years of follow-up: a clinical trial. J Exp Orthop. 2023;10(1):134. PMID: 38062183
- Zhang W et al. Survivorship of the fixed-bearing medial unicompartmental knee arthroplasty: mean 14-year follow-up in a single medical center. BMC Musculoskelet Disord. 2024;25:286. PMC11010285 → PubMed
- Karachalios T et al. Mid- to long-term complications and revision rates of robotic-assisted unicompartmental knee arthroplasty: a systematic review and meta-analysis. Front Surg. 2025;12:1619644
- Price AJ et al. Unicompartmental knee arthroplasty: state of the art. J ISAKOS. 2022;7(2):116–124. doi:10.1016/j.jisako.2021.12.002
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