Dolore anteriore del ginocchio dopo la protesi: rotula e allineamento cinematico

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C’è un tipo di paziente che riconosco quasi prima che apra bocca. Cammina bene, la radiografia è ineccepibile, il ginocchio è stabile, si flette come dovrebbe. Eppure quando gli chiedo dove sente fastidio si porta la mano davanti alla rotula e mi dice che scendere le scale è un supplizio, che alzarsi dalla poltrona gli fa storcere la bocca, che quel dolore lì davanti non se ne va. È il dolore anteriore del ginocchio dopo protesi, ed è una delle ragioni più sottovalutate per cui un intervento tecnicamente riuscito lascia un paziente insoddisfatto.

Ho imparato negli anni a non liquidarlo come un dettaglio. Quando leggo le grandi casistiche sulla soddisfazione dopo protesi totale — quel fastidioso 15-20% di pazienti che resta scontento nonostante impianti ben posizionati — una fetta importante di quei malumori vive proprio davanti, nel comparto femoro-rotuleo. E la femoro-rotulea è la parte dell’articolazione che, nella chirurgia protesica tradizionale, abbiamo trattato con meno rispetto per l’anatomia di quanto meriti.

Perché il dolore anteriore del ginocchio dopo protesi è così frequente

Vale la pena ricordare cosa fa la rotula. Non è un osso decorativo: è una carrucola, un fulcro che aumenta il braccio di leva del quadricipite e gli permette di estendere la gamba con efficienza. Scivola dentro un solco, la troclea femorale, che ha una forma tutt’altro che casuale — asimmetrica, con la faccetta laterale più prominente, orientata in un modo che accompagna la rotula lungo una traiettoria precisa mentre il ginocchio si flette. Ogni ginocchio ha la sua geometria trocleare, così come ha il suo angolo Q, la sua torsione femorale, la sua posizione della tuberosità tibiale.

Nella protesi con allineamento meccanico classico si fa una cosa che, se ci pensiamo, è piuttosto violenta nei confronti di questa anatomia: si ruota il componente femorale — di solito attorno a 3 gradi di extrarotazione rispetto alla linea condilare posteriore — per bilanciare gli spazi in flessione, e nel farlo si sposta la troclea protesica in una posizione che non coincide con quella nativa del paziente. In molti ginocchi il risultato tiene. In altri no: la rotula viene guidata verso l’esterno, il tracking diventa laterale, e da lì nascono il dolore, lo sfregamento, a volte la necessità di un release del retinacolo laterale in sala operatoria per “convincere” la rotula a stare in traccia.

Il release laterale è un buon indicatore indiretto del problema. È una manovra che eseguiamo quando la rotula non centra il solco, e nella chirurgia meccanica non è un evento raro. Quando mi ritrovo a doverlo fare, in fondo sto ammettendo che l’orientamento che ho dato ai componenti non è amico della femoro-rotulea di quel paziente.

Cosa cambia con l’allineamento cinematico

L’allineamento cinematico parte da una premessa diversa, e questa premessa ha conseguenze dirette sulla rotula. Invece di orientare i componenti rispetto a un asse meccanico teorico uguale per tutti, li orientiamo per ricostruire l’anatomia articolare pre-artrosica di quel singolo ginocchio. Il femore protesico viene posizionato in modo da riprodurre la superficie condilare originale; e con esso si riposiziona anche la troclea, che torna dove la natura l’aveva messa, con il suo orientamento nativo.

Questo è il punto che trovo convincente e che spiego sempre ai colleghi scettici: se la troclea protesica ricalca quella nativa, la rotula del paziente ritrova il suo solco. Non le chiedo di adattarsi a una geometria estranea. La conseguenza logica — e nella mia esperienza anche pratica — è un tracking più fisiologico e un minore ricorso al release laterale.

Non lo dico solo per convinzione. Il gruppo che ha più studiato la femoro-rotulea in allineamento cinematico è quello di Howell e Nedopil, che hanno guardato specificamente al comportamento rotuleo e all’instabilità femoro-rotulea nelle tecniche cinematiche. Il messaggio che emerge dai loro lavori è coerente: ripristinando l’anatomia si ottiene un tracking rotuleo affidabile, con tassi di release laterale bassi e senza l’aumento di instabilità che qualcuno temeva. Nedopil in particolare ha affrontato la preoccupazione teorica — “se non raddrizzi il ginocchio, l’angolo Q non peggiora e la rotula non scappa fuori?” — e i dati non hanno confermato quel timore nella maggioranza dei casi.

Il legame tra dolore anteriore del ginocchio dopo protesi e la geometria della troclea

Qui devo essere onesto sui limiti di quello che sappiamo, perché un medico che pretende di avere certezze granitiche su tutto è meno credibile di uno che dice dove finisce l’evidenza. Non abbiamo, ad oggi, un grande trial randomizzato disegnato esclusivamente per misurare il dolore anteriore confrontando cinematico e meccanico con la femoro-rotulea come esito primario. Quello che abbiamo sono studi in cui il dolore anteriore e la funzione femoro-rotulea compaiono come esiti secondari, analisi biomeccaniche del tracking, e la mia osservazione clinica insieme a quella dei chirurghi che lavorano con questa tecnica.

Da questo insieme di dati e osservazioni emerge un quadro ragionevole più che una dimostrazione definitiva: quando la troclea protesica rispetta l’anatomia nativa, la biomeccanica dell’apparato estensore lavora in condizioni più naturali, le pressioni di contatto femoro-rotulee si distribuiscono meglio, e il paziente ha meno probabilità di sviluppare quel dolore anteriore che scendendo le scale diventa il suo incubo quotidiano. È un ragionamento meccanicistico solido, supportato da segnali clinici concordanti. Lo tratto come tale: una forte ipotesi di lavoro, non un dogma.

Vale la pena aggiungere una nota sulla rotula stessa. Nella mia pratica la decisione se protesizzare o meno la rotula non è automatica e va valutata sul singolo caso — cartilagine residua, spessore, congruenza, sintomi. Ma qualunque scelta si faccia sulla superficie rotulea, resta vero che è la posizione della troclea a comandare il tracking. Puoi rifinire la rotula quanto vuoi: se il solco in cui deve scorrere è orientato male, il problema resta. Ed è esattamente per questo che l’allineamento cinematico, agendo a monte sulla geometria trocleare, mi sembra intervenire sulla causa più che sul sintomo.

Cosa faccio in sala operatoria

Nella mia tecnica — allineamento cinematico unrestricted, con strumentario dedicato e verifica al calibro — la troclea non è un pensiero secondario che arriva alla fine. La resezione femorale che ricostruisce i condili posiziona automaticamente anche il solco trocleare in accordo con l’anatomia del paziente, perché è la stessa geometria a determinarli entrambi. Con il calibro verifico gli spessori di resezione confrontandoli con lo spessore dell’impianto, tenendo conto della cartilagine usurata: è un controllo che mi dice, millimetro per millimetro, se sto davvero ricostruendo l’osso rimosso o se me ne sto allontanando. E poi, prima di chiudere, controllo il tracking a ginocchio in movimento — la rotula deve entrare e uscire dal solco senza tendere verso l’esterno, senza bisogno che io la spinga.

Quando quel controllo va bene senza alcun release, è il momento in cui sono più tranquillo sul comparto anteriore. Non perché la radiografia sarà perfetta — quella lo è quasi sempre — ma perché so che il paziente, tra sei settimane, quando affronterà la prima rampa di scale, non avrà quel dolore davanti che tanti si portano dietro per anni.

In conclusione, la posizione che sostengo

Il dolore anteriore del ginocchio dopo protesi non è un capriccio del paziente né una fatalità: è spesso il prezzo di una femoro-rotulea trattata come se fosse uguale in tutti, quando uguale non è. L’allineamento cinematico non è una moda né un’etichetta: è, prima di tutto, un modo di rispettare la troclea di quella persona e la traiettoria che la sua rotula ha percorso per decenni. Non ho la pretesa che risolva ogni dolore anteriore — le cause possono essere molteplici, dalla componente rotulea alla sensibilizzazione, dal sovraccarico dell’apparato estensore a fattori extra-articolari. Ma sono convinto, e i dati disponibili lo sostengono, che ripristinare l’anatomia sia il modo più sensato di dare alla rotula le migliori condizioni per lavorare in silenzio. E una protesi che il paziente dimentica, davanti come dietro, resta il traguardo verso cui lavoro a ogni intervento.

Leggi anche: “Fenotipi CPAK e allineamento cinematico: perché l’anatomia individuale guida la mia scelta chirurgica” e “Il Forgotten Joint Score e l’allineamento cinematico: perché i pazienti dimenticano la protesi”.

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Dr. Leonardo Cortesi, chirurgo ortopedico

Dr. Leonardo Cortesi

Chirurgo ortopedico · specialista in protesica di ginocchio e anca

★★★★★ 5,0 · recensioni su MioDottore

Ortopedico specializzato nella protesi di ginocchio con tecnica ad allineamento cinematico e nella protesi d’anca con via d’accesso anteriore mininvasiva. Riceve a Firenze, Pistoia, Arezzo, Valdarno, Mantova, Pinzolo, Roma e Salerno.

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